Colloqui di lavoro

Una cosa che mi diverte tanto fare sono i colloqui di lavoro.

Lo so! Qualcuno di voi pensera’ che sono pazza, pero’ e’ cosi’. Di base non sono una persona particolarmente ansiosa; certo, una certa emozione c’e’ sempre, ma alla fine per me si tratta solo di fare una chiaccherata per dimostrare la mia preparazione ed esperienza in ambito professionale e amen. Finche’ ero in Italia i colloqui (tanti) sostenuti per certi aspetti a mia opinione sono stati tutti un po’ una farsa.

Quante lingue parla? 4 fluenti scritte e orali, 1 livello base parlato.
Gia’ lavorato in in uffico commerciale estero? Si’, svolgo questo lavoro da tot. anni. Sono stata export manager, so inserire ordini, preparare offerte, partecipo volentieri a fiere e visito volentieri clienti in tutto il mondo (ma lo ha letto il mio curriculum?!?)
Qui vogliamo gente seria che faccia il suo lavoro, l’orario e’ questo, la paga e’ questa. Le trasferte non sono pagate maggiorate perche’ gia’ le paghiamo volo, vitto e alloggio.  Accetta?  Si’ grazie.
Questo a grandi linee puo’ essere il riassunto dei tanti colloqui di lavoro fatti in territorio nord-est Italia.

Una volta all’estero le cose sono cambiate. Tanto.

In Inghilterra un’amica mi aveva avvisato di prepararmi perche’ i colloqui di lavoro erano completamente diversi e molto piu’ articolati. Ricordo che avevo comprato un libro che suggeriva risposte a possibili domande “tranello”. L’ho letto e ho cercato di memorizzare alcune risposte. Non mi sono servite nei colloqui poi fatti in Inghilterra, pero’ mi hanno comunque preparato. La grande differenza e’ stata in primis per la prima volta in vita mia persone qualificate si sono complimentate con me per il mio curriculum. Ricordo che io li guardavo sorpresa e pensavo “ma non ti pare abbia cambiato troppo spesso come mi sono sempre sentita dire in precedenza?” I colloqui, come gia’ detto, erano piu’ articolati e piu’ di una volta ho dovuto fare dei test di vario tipo, per es. per verificare il livello della mia conoscenza di excel, oppure delle lingue che conosco. E devo dire che ogni volta ne sono uscita contenta perche’ avevo potuto dimostrare le mie capacita’ e di conseguenza mi veniva proposto uno stipendio adeguato, nel caso l’azienda fosse stata interessata alla mia figura.

Ma passiamo alla mia recente esperienza qui negli Stati Uniti. Un consulente del lavoro mi informa che una grossa azienda a livello mondiale, con una grossa filiale qui a Grand Forks, sta ricercando personale e mi fornisce in indirizzo mail a cui inviare il mio curriculum.
Detto fatto, nel giro di una settimana viene fissato un primo colloquio. Mi informano che il colloquio avra’ una durata di all’incirca 3 ore, al che un po’ di tensione sale.
3 ore? 3 ore per cosa? e’ un sequestro di persona? O un invito per bere anche il te’ con i  pasticcini?
Attendo impaziente il giorno fissato. Mi accoglie una ragazza giovane con cui si svolge la prima parte del colloquio. Mi chiede cosa so dell’azienda e dopo la mia risposta mi fa lei una presentazione piu’ accurata della stessa, della posizione di lavoro che dovrei ricoprire, dei benefits, turni e tutte le informazioni pratiche necessarie. Chiara e precisa e troppo entusiasta per i miei gusti. Quell’entusiasmo forzato che qui in America viene definito “Cheerleader attitude” (atteggiamento da cheerleader). Definizione perfetta direi perche’ mancava appunto che si mettesse a saltare con i pon pon con i colori e il logo dell’azienda per farmi capire che figata sia lavorarci.

Passiamo alla seconda fase: 3 prove scritte. Mi sono stati dati 3 test a tempo che ho svolto senza grande affanno. Si trattava di rispondere a delle mail seguendo le istruzioni che mi sono state date. Il primo esercizio comprendeva anche una prova di conoscenza excel, il secondo era di forma nel rispondere ad una problematica di un ipotetico cliente, il terzo era una valutazione della  mia logica (se a qualcuno interessa vi descrivo meglio le prove in messaggio privato).
Finita la parte pratica, giro dell’azienda e sbirciatina nei vari open spaces e successivamente altri 2 colloqui di 40 minuti circa con 2 persone diverse.

E qui arriva il bello! Entrambi sono stati da un certo punto di vista impegantivi, nessuno mi aveva posto mai domande del genere e comunque ho risposto secondo me in maniera brillante, portando esempi della mia diretta esperienza professionale. Per chi e’ curioso le domande erano del tipo: “Mi faccia un esempio di quando ha dovuto prendere una decisione rischiosa e qual e’ stato il risultato” oppure “Mi racconti di quando non ha raggiunto un obiettivo? perche’? cosa avrebbe potuto fare di piu’? e perche’ non lo ha fatto? Cosa ha imparato da quella esperienza?” Magari ad alcuni di voi potrebbero sembrare domande assurde, ma non lo sono. E a me personalemte hanno colto di sorpresa: a chi piace raccontare di quando non ha raggiunto un obiettivo? A nessuno. A chi piace dire il perche’ non e’ stato raggiunto addossandosi parte o tutta la responsabilita’? A nessuno. E’ facile scrivere un bel curriculum con tutti gli obiettivi raggiunti. E’ meno facile rispondere in maniera sincera e facendo un veloce esamino di coscienza a domande di questo tipo. E per 90 minuti circa con 2 persone diverse.

A colloquio finito io sono uscita soddisfatta (che a dirla tutta mi succede quasi sempre) ma questa volta lo ero un po’ di piu’. Soddisfatta e sorpresa delle risposte date. Che nonostante in Italia non sia mai stata premiata per cio’ che ho raggiunto in ambito professionale, di cose buone ne ho fatte e anche di sbagliate e che oggi saprei non ripetere quell’errore o gestire una certa situazione in maniera diversa.

Tornando a noi, a fine colloquio mi ringraziano per il mio tempo (solo colloquio, niente te e pasticcini mannaggia!) e mi dicono le faremo sapere a meta’ della prossima settimana. Era un giovedi’. Il venerdi’ sera successivo ricevo una telefonata in cui il responsabile HR (risorse umane) conferma l’interesse dell’azienda ad assumermi.

Ed eccomi qui! Dopo 3 anni di pausa lunedi’13 marzo finalmente riprendero’ a lavorare. Pero’ non contenta venerdi’ ho un colloquio anche con un’altra azienda a cui ho deciso di andare “per curiosita’” e perche’ come dicevo all’inizio a me piace fare colloqui.  Devo dire anche che mentre l’azienda per cui ho accettato di lavorare e’ a 7 minuti di macchina da casa, quella in cui andro’ a fare il colloquio e’ ad un’ora di distanza da casa, cosa assolutamente non ideale considerando le condizioni atmosferiche in autunno/invero in questa zona (e aggiungerei primavera vedendo come sta andando oggi che a parte il vento a 90km/ora, poi si e’ pure aggiunta la bufera di neve!). Sono pero’ troppo curiosa di vedere cosa offre questa azienda.

Concludo dicendo solo che l’unico motivo che mi potrebbe trattenere dal rientrare in Italia e’ proprio il lavoro. Non parlo della difficolta’ di trovarne, io sono sempre stata fortunata in questo campo, ma purtroppo nel mio nord-est non sono mai stata riconosciuta e dopo l’esperienza che sto facendo all’estero credo non riuscirei ad accettare di rimettermi alla scrivania sapendo di non venire valutata ed apprezata per quello che veramente valgo.

E allora per questo motivo si’, lo urlo a squarciagola: EVVIVA L’ESTERO!

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