L’arrivo

Il primo dicembre abbiamo lasciato la mia amatissima Europa e siamo partiti alla volta degli Stati Uniti dall’aeroporto militare di Ramstein.

L’aeroporto militare di Ramstein, quando parliamo di voli che trasportano anche civili, differisce da un qualsiasi altro aeroporto solo per i tempi di attesa e l’incertezza che il mezzo parta fino all’ultimo secondo.

Il nostro volo era alle 18 e abbiamo dovuto effettuare obbligatoriamente il check-in entro le ore 14. Di seguito un’attesa quasi infinita tra biberon dati al nostro piccolo di 5 mesi e l’inventarsi giochi e storie e intrattenimenti vari per la nostra bimba di quasi 4 anni.

Alle 18 finalmente non il decollo ma almeno l’imbarco. Gioia, tripudio e trombe da stadio! E’ confermata la partenza del volo! (un’altra volta vi spieghero’ come funzionano questi voli e il motivo del “non so fino all’ultimo se si parte”).

Dopo 8 ore e mezza sospesi tra le nuvole siamo atterrati al BWI (Baltimore Washington International). Il recupero bagagli, considerando la mole, e’ stato veloce e indolore. Il plico dei miei documenti per il Visa e’ stato approvato e confermato in 30 minuti circa con mio grande sollievo; temevo un’attesa di almeno un paio d’ore  in base a quanto letto nel web.

E adesso arriva il bello! Ci avviamo verso l’uscita con un fare quasi fantozziano tra carrelli colmi di valigie, passeggino, seggiolini vari, il piccolo nel marsupio e la “grande” per mano  trascinata a fatica. Lasciamo l’area ritiro bagagli alle nostre spalle, si aprono le porte automatiche verso l’area arrivi ed ecco davanti a noi una scia di persone che comincia a sbracciarsi, sventolare bandierine, a dirci: “Welcome home”, “Thanks for your service”, “You are our heroes” e avanti cosi’.

Inizialmente io non ho assolutamente capito cosa stava succedendo e continuavo a guardare alle mie spalle aspettandomi di vedere un Brad Pitt, un Tom Brady o comunque una star dello spettacolo o dello sport. Poi HO CAPITO. E in quel momento oltre ad un sorriso ebete stampato in faccia, mi si sono inumiditi gli occhi. Tutte quelle persone erano li’ per NOI, per tutti i militari e loro famiglie che rientrano negli Stati Uniti dopo un periodo piu’ o meno lungo di servizio all’estero che sia in Europa o in zone di guerra non ha importanza. Il popolo americano CI TIENE a dare il benvenuto in maniera per me inaspettata ai loro militari quando tornano a casa. Ed io ho cominciato a piangere. Ma a piangere piangere delle serie apriamo le dighe, complici  la stanchezza (eravamo in piedi da quasi 24 ore) e il ricordo di quando mio marito e’ stato in Afganistan, che anche se sono stati “solo” 6 mesi in quei posti basta un’ora per sparire dalla faccia di questa terra. Un turbinio di pensieri e riflessioni mi hanno attraversato la testa e devo ringraziare la mia piccola che ad un tratto tutta sorridente mi ha chiesto: “Mamma sono tutti nostri amici quelli, vero?” distraendomi dalle lacrime e io: “Si’ amore, sono tutte persone contente che daddy e noi stiamo bene”.

Ma la sorpresa continua! Persone che ci porgono delle borsette di plastica che scopro poi contenere una bottiglietta d’acqua, un sacchetto di patatine e una serie di caramelle/cioccolatini. L’acqua e’ sparita in 3 nanosecondi tra 2 adulti e una bimba, il resto e’ stato fatto durare qualche giorno in piu’.

Non poteva mancare infine la foto della famiglia al completo che con mia grande sorpresa e’ pure carina, quando invece mi aspettavo di vedere 4 zombie resuscitati dalle proprie ceneri.

Che dire! Tante emozioni belle e positive per me che ho lasciato casa con un po’ di scetticismo. Ammetto pero’ che ho lavorato (e sto lavorando!) tanto su me stessa per far si’ che le mie paure e i miei timori si trasformino in entusiasmo e gioia per questa nuova avventura.

E un po’ ci sto riuscendo!

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